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Sentenza Turetta: Ergastolo senza Crudeltà? Una riflessione legale e umana, nel nome di Giulia

La Corte ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin, ma senza riconoscere le aggravanti di crudeltà e stalking. Da avvocato, rifletto sul valore delle parole di Giulia e sull’importanza di ascoltarle davvero. Avv. Antonia Battista

Dopo mesi di dolore e attesa, la Corte d’Assise di Venezia ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin. Una decisione che, da avvocata e da donna, ho letto con partecipazione profonda, pensando non solo a Giulia, ma a tutte le giovani donne che oggi si trovano dentro relazioni tossiche senza riuscire a trovare il coraggio – o le condizioni – per uscirne.

Chi ha letto il mio precedente articolo sui segnali delle relazioni tossiche sa quanto peso abbiano avuto le parole lasciate da Giulia nel suo diario: un elenco lucido, struggente, che oggi assume un valore simbolico e sociale altissimo.

Ma oggi sentiamo il dovere di fermarci a riflettere anche sulla sentenza.

La condanna e le motivazioni

Il giudizio ha portato alla massima pena: l’ergastolo. Ma ciò che ha fatto discutere è stata l’esclusione dell’aggravante della crudeltà e dello stalking.

Secondo la Corte, le 75 coltellate inferte da Turetta non rappresenterebbero un comportamento mosso da particolare crudeltà, quanto piuttosto da un’esecuzione «impulsiva e inesperta». Una motivazione che, come legale, non posso che analizzare con attenzione, ma che come donna mi lascia un senso di smarrimento e amarezza.

La legge e il senso di giustizia

Nel nostro ordinamento, l’aggravante della crudeltà si configura quando l’autore del reato agisce con la volontà di infliggere sofferenze ulteriori, gratuite, alla vittima. I giudici hanno ritenuto che, pur nella drammaticità della vicenda, questa volontà non fosse dimostrabile “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Ma ci si chiede: non è già crudeltà inseguire una ragazza, colpirla ripetutamente, annientare il suo corpo e la sua libertà?

E ancora: non è stalking quella sequenza ossessiva di comportamenti – controllo, minacce, insistenze – che Giulia aveva chiaramente raccontato nel suo diario?

La responsabilità del linguaggio e della giurisprudenza

Senza entrare in polemica, da professionista del diritto sento però la responsabilità di interrogare il significato di certe parole nelle aule di giustizia.
Quando si parla di “inesperienza” riferendosi a chi colpisce 75 volte una giovane donna, si rischia di sminuire il senso di ciò che è accaduto. E soprattutto si rischia di trasmettere un messaggio sbagliato: che l’atrocità può essere letta in base all’intenzione tecnica, non al dolore inflitto.

Non si tratta di giustizialismo. Si tratta di chiamare le cose con il loro nome, per dare dignità alle vittime e un senso profondo al diritto.

Un’eredità che ci obbliga ad agire

Giulia Cecchettin ci ha lasciato molto più che un dolore collettivo. Le sue parole sono diventate un’eredità. Un impegno. Come avvocata, mi sento chiamata a tutelare chi oggi ha paura, a dare strumenti concreti per riconoscere la violenza, anche quando non lascia lividi visibili.

Questo articolo nasce per riflettere, per spiegare, per continuare a dare voce a Giulia anche attraverso il diritto.

E se anche tu hai bisogno di supporto, di un confronto legale, di qualcuno che ti ascolti con rispetto e professionalità, puoi contattare il nostro studio. Non sei solo/a. Non lo sei mai.
Avv. Antonia Battista

Avv.Antonia Battista