L’amore non ha bisogno di permessi: il silenzio della Chiesa davanti alla verità di Gianni e Mario
Due uomini si sono amati. Per anni. Hanno condiviso la vita, il lavoro, la bellezza. Gianni Grossi e Mario Paglino erano una coppia nella vita e nell’arte. Sono morti insieme, tragicamente, su un’autostrada italiana. Ma il giorno del loro funerale, celebrato nella chiesa di San Gaudenzio a Novara, qualcosa di ancora più doloroso è accaduto: […]
Due uomini si sono amati. Per anni. Hanno condiviso la vita, il lavoro, la bellezza. Gianni Grossi e Mario Paglino erano una coppia nella vita e nell’arte. Sono morti insieme, tragicamente, su un’autostrada italiana. Ma il giorno del loro funerale, celebrato nella chiesa di San Gaudenzio a Novara, qualcosa di ancora più doloroso è accaduto: il loro amore è stato cancellato. Non negato, no. Silenziosamente omesso. Velato. Ridotto a “profonda amicizia”.
Una foto e un’omissione
Davanti all’altare, la loro foto di matrimonio parlava chiaro. Era una testimonianza di affetto, complicità, di promessa reciproca. Eppure, durante l’omelia, il sacerdote ha scelto di non nominarlo, quel legame. Ha definito Gianni e Mario come “due amici che si volevano bene”, aggiungendo poi: “Non volevo che diventasse una celebrazione gay. La Chiesa non lo permette.”
Parole che feriscono. Che, nel momento in cui una comunità dovrebbe raccogliersi nel dolore, riescono a spezzare qualcosa di più profondo: il diritto all’esistenza pubblica dell’amore.
Cancellare l’amore è negare la dignità
Non si tratta di polemica. Si tratta di verità. Di dignità. Di rispetto. Perché il silenzio scelto dalla Chiesa in quel momento non è neutrale: è un atto. È la negazione di una parte fondamentale dell’identità e della storia di due persone. È la dimostrazione di quanto cammino ancora sia necessario per riconoscere davvero tutte le famiglie.
Gianni e Mario, con la loro storia, ci parlano di una fecondità diversa. Non biologica, ma generativa. Hanno creato bellezza, legami, comunità. Hanno lasciato un segno, come ogni coppia che si ama e costruisce. Non servono figli per essere fecondi. Serve amore. Serve cura. Serve libertà.
Il diritto al riconoscimento affettivo
Nel nostro ordinamento giuridico, la strada per il pieno riconoscimento delle famiglie arcobaleno è ancora lunga e tortuosa. La giurisprudenza, a volte coraggiosa, a volte esitante, si muove tra aperture e arretratezze. Ma c’è un punto fermo che non possiamo ignorare: l’art. 2 della Costituzione tutela i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.
La coppia, qualunque sia il genere dei suoi membri, è una formazione sociale. L’amore è un bene giuridico protetto. E se la legge fatica a raggiungerlo, la società – e la Chiesa, se vuole rimanere fedele alla sua missione di accoglienza – dovrebbero fare di più.
Non si può onorare la morte se non si è capaci di onorare la vita
Il rispetto per chi non c’è più passa dal riconoscimento pieno della sua esistenza. Della sua identità. Della sua verità. In quel momento, in quella chiesa, si sarebbe potuto scegliere di accogliere. Di dire le cose come stavano. Di parlare d’amore. Senza paure, senza reticenze.
E allora mi chiedo: di cosa ha paura la Chiesa?
Di due uomini che si sono amati e che si sono promessi, davanti al mondo, come ogni altra coppia? Di una storia d’amore che – al pari di tante – ha prodotto luce e bellezza?
Come professionista impegnata nella tutela delle famiglie arcobaleno, so quanto sia difficile ottenere riconoscimento, pari diritti, ascolto. Ma so anche che ogni volta che l’amore viene nominato, rispettato, riconosciuto, si fa giustizia. Non solo legale, ma umana.
Questo non è un atto d’accusa. È un invito. A vedere. A dire. A riconoscere.
Perché l’amore, quando è vero, non ha bisogno di permessi per esistere. Ha solo bisogno di essere onorato. Anche in una chiesa.
Famiglie come quella di Gianni e Mario esistono, resistono, amano. È tempo che anche le istituzioni, civili e religiose, trovino il coraggio di dire il loro nome.